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LA LIBERTÀ – Giuseppe Pellegrino, a piedi nudi in campagna.

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L’altra notte ho visto Easy Rider. Sono giorni che ho ancora in testa le immagini e i dialoghi di questo film, che ha segnato la storia del cinema e quella di un’intera generazione. Simbolo della controcultura americana e di un’epoca troppo diversa dalla nostra, è un film culto e adesso ho profondamente capito perché. Per lo stile di rottura, le ambientazioni, la colonna sonora, quei tre attori mitici, il discorso sulla libertà che Jack Nicholson fa a Dennis Hopper e l’America, sconfinata e lisergica ma anche gretta e terribilmente conformista. Con delle contraddizioni che ci sono ancora oggi, e sempre per la paura di essere liberi.

Il giorno dopo ho incontrato Giuseppe e, dopo averci parlato per quasi due ore, sono tornata a casa con la consapevolezza di aver conosciuto una persona davvero libera. Che poi che cos’è la libertà? Secondo me è la scelta. La scelta non facile di essere quello che vogliamo essere.

Giuseppe lo ha fatto, dopo anni di dubbi, insoddisfazione, senso di inadeguatezza e una sorta di perenne e latente crisi di identità, di cui ha sofferto per buona parte della sua esistenza. Un’esistenza guidata dalla volontà di qualcun altro, come spesso accade ai ragazzi di buona famiglia, che sembrano avere il destino segnato perché devono diventare dei professionisti e seguire le orme del padre. Ma perché?

Ad un certo punto della sua vita milanese da consulente aziendale con laurea alla Bocconi, Giuseppe se lo chiede questo perché e capisce che quei ritmi, quella velocità, quell’omologazione e quella mancanza di stimoli di un ambiente frequentato da persone che pensavano che l’unica cosa importante della vita fossero numeri e soldi, non potevano essere il suo mondo. E furono un viaggio a Napoli e una ragazza di nome Sara a farglielo capire. Sara gli fece conoscere persone che lo avevano sempre attirato ma che non aveva mai avuto il coraggio di frequentare. Gente che gli parlava di consumo critico, di ecologia, di agricoltura biologica. Gli si aprì un mondo. La sensazione di non avere davvero niente a che fare con la vita che stava facendo diventò pura certezza. Rifletteva tanto. Si rese conto che ormai aveva difficoltà anche nelle conversazioni con gli amici e nelle relazioni con le donne. Non sentiva il feeling, non c’era comprensione, alchimia. Pianeti diversi che non potevano incontrarsi. Dopo un po’ capisce che forse non avrebbe neanche mai incontrato la donna della sua vita tra quelle che rincorrevano la carriera e che quello che voleva era solo una vita semplice ed autentica.

E così adesso Giuseppe non vive più in una grande città ma in campagna; non fa più il consulente ma il contadino; non indossa più giacca e cravatta ma va a piedi scalzi nei campi; non è più insoddisfatto ma è in pace con se stesso.

Una scelta radicale la sua, che gli crea non pochi problemi, anche con la sua famiglia, che all’inizio non lo capiva e non condivideva. Quando Giuseppe tornò nel Salento, dopo averci provato con un bed and breakfast sul mare e un circolo Arci in campagna, decise di prendersi cura dei terreni di famiglia. C’erano tanti ulivi ma lui non sapeva da dove cominciare. Iniziarono gli anni di lacrime e sangue, come li ha definiti lui, delle fatiche della vita di agricoltore che lo portarono a raccogliere le prime olive soltanto dopo cinque anni di duro lavoro. Questo lo fece rendere conto di quanto fosse difficile la vita in campagna ma anche di quanto quella vita lo rendesse felice della scelta che aveva fatto.

Ora Giuseppe vive sempre in campagna, nella grande casa che suo padre aveva costruito negli anni Settanta, continua a coltivare la sua terra e ha anche aperto un agriturismo, l’Agricola Piccapane.

Il suo olio, le sue cipolle, le fave verdi, le fragole, le sue melanzane, l’aglio e tutto quello che la natura può donare è coltivato da Giuseppe senza l’uso di prodotti chimici e pesticidi, nel rispetto dei cicli delle stagioni, con amore e duro lavoro, per proporre ai suoi visitatori la filosofia alimentare vegana che ha sposato ormai da tempo. In questo suo nuovo progetto e stile di vita lo accompagnano dei collaboratori e i wwoofers, persone che sono alla ricerca di stili di vita in armonia con la natura e che, da tutte le parti del mondo, arrivano anche a Piccapane, nel cuore della Grecìa Salentina, per vivere e lavorare la terra con Giuseppe, che ha avuto un grande coraggio a guardare dentro se stesso e che, anche se i problemi non mancano, vive sereno. Ha ancora un po’ di insicurezze, com’è normale per gli uomini che si mettono in discussione e che tutte queste certezze nella e sulla vita in fin dei conti non ce le hanno, ma di una cosa è certo: non tornerebbe più indietro.

Del film, Easy Rider dico, ricordo in maniera particolare una battuta detta da Peter Fonda: «Io l’ammiro. Non è da tutti vivere coltivando la terra».

Ho pensato questo quando ho conosciuto Giuseppe.

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QUINDICI MINUTI – Silvia Carrino, una macchina fotografica e il coraggio di cambiare vita.

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A volte basta un quarto d’ora per cambiarti la vita. Quindici minuti in cui rispondi di sì ad un futuro che ti sta chiamando e sbatti la cornetta del telefono in faccia a quel presente che non ti piace più e che immediatamente diventa passato.

Silvia la decisione più importante della sua vita l’ha presa proprio in quindici minuti. Era l’ultimo posto di quel corso di fotografia che lei sognava di frequentare da tanto. Era l’ultimo giorno utile per iscriversi ed era rimasto solo un posto disponibile. L’ultimo posto. Non ci sperava neanche ma decise comunque di fare quella telefonata che, lei ancora non lo sapeva, le avrebbe cambiato la vita.

In quindici minuti Silvia doveva decidere tutto. Doveva decidere se dire di sì, pensava al lavoro che avrebbe dovuto lasciare, ai suoi genitori che non sarebbero stati molto entusiasti di questa scelta e che forse non sarebbe stata all’altezza. Tutte le insicurezze e le paranoie del mondo in quindici minuti.

Silvia, che dice sempre di essere una ragazza insicura, quella volta ebbe un coraggio che lei stessa  ancora oggi non sa di avere. Disse di sì a quella nuova vita che aveva tanto sognato, che desiderava ardentemente e che era forte come quella passione che qualche anno prima le aveva fatto comprare la sua prima Reflex, anche se non la sapeva usare e il suo lavoro di commessa non le lasciava neanche il tempo di imparare ad usarla.

Era l’inizio della crisi. Si sentiva sulla pelle. Non era certo il periodo adatto per lasciare un lavoro sicuro. Un lavoro che però non era quello che Silvia voleva nella sua vita e che non la faceva sentire pienamente felice e soddisfatta. Che non le faceva avere niente di interessante da dire quando i suoi amici tornavano dall’università e raccontavano di grandi città, di nuove abitudini, di nuovi amici, di una vita troppo diversa dalla sua, monotona e sempre uguale. Lei si sentiva inferiore per questo, credeva di essere l’unica ad essere ancora alla ricerca di qualcosa. Ma non sapeva cosa. Quel desiderio di creare, quella sensibilità particolare, tipica solo di chi sa riconoscere e rispettare anche la bellezza di una foglia caduta per terra, erano rimaste sempre nascoste dentro questa ragazza dai capelli ricci e non erano mai venute fuori. Le scelte sbagliate, come quella della scuola non adatta alle sue inclinazioni, le impediscono per quasi tutta la vita di capire veramente che cosa voleva diventare.

Ad un certo punto però lo capisce. Lascia il lavoro e usa tutti i suoi risparmi per pagare il corso di fotografia che l’ha fatta crescere e diventare un’altra persona, sempre insicura, ma soddisfatta e felice.

Otto mesi che le fanno capire che sono le passioni che ti portano avanti e che nella vita non è mai troppo tardi per fare quello che amiamo. E non sono luoghi comuni questi. Ora Silvia dice che potrebbe fare anche un lavoro noiosissimo e banale ma non tornerebbe più ad essere una persona triste e confusa, perché adesso le sue giornate sono piene. Piene di serenità e di consapevolezza. E di fotografie. Silvia adesso dà una mano al bar del ragazzo che ama e fa quello che ama. La macchinetta fotografica è sempre con lei, per rubare attimi al tempo, pezzi alla città e sguardi alle persone. Di giorno, di sera, ai bambini, alla gente, a suo nonno, al mare e alle mani che raccontano la vita delle persone, Silvia fotografa sempre qualcosa e lentamente, giorno dopo giorno, questo suo grande amore sta diventando anche un lavoro e così, emozionandosi come una bambina quando qualcuno le fa i complimenti per le sue fotografie, va avanti per la sua strada con tanta umiltà e ottimismo, con quell’insicurezza che forse non la lascerà mai e con il sogno di aprire un domani un piccolo studio fotografico nella sua città.

Una sera di un po’ di tempo fa, lessi su Facebook un post che mi era piaciuto tanto. Era questo:

«… Poi ho capito una cosa: passiamo la vita a colmare quel senso di vuoto, vogliamo diventare qualcuno ma, in realtà, dobbiamo solo tirare fuori quel qualcuno da noi stessi… Io ho capito che c’era una piccola donna in me che amava le fotografie e per quanto io possa avere una vita monotona rispetto ad un’altra persona, ora quando mi chiedono come sto posso finalmente rispondere: Bene, grazie! Cerco di fare delle buone fotografie, questo non mi fa guadagnare tanto ma mi rende felice. È un buon inizio.»

Lo aveva scritto Silvia.

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UNA CITTÀ CHE CHIAMA – Robert Sanasi e la felicità dentro un libro.

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Le cose spesso accadono per caso, che poi forse caso non è.

Robert voleva andare in Australia ma va in Irlanda perché lì c’era un suo amico che avrebbe potuto ospitarlo. L’Irlanda lo stava chiamando, ma lui ancora non lo sapeva. Per sette anni Dublino lo accoglie come una madre, tenera e premurosa ma anche fredda e distaccata. Lui è uno dei suoi tanti figli alla ricerca di qualcosa, uno di quelli che arrivano e partono di nuovo e poi tornano e ripartono. Quelli che un po’ la amano e un po’ la odiano, quelli con l’anima inquieta, che hanno fame di quello che stanno cercando ma che non capiscono che cosa diavolo sia.

Poi alla fine però si capisce. Quella cosa che tutti vogliamo è la serenità. Niente di più.

La nostra seconda storia parla di quanto certe volte la vita sia difficile, cattiva, una vera stronza. Ma anche di come dipenda tutto da noi e di come da quei periodi neri si possa uscire anche soltanto con la propria forza di volontà.

Robert è un ragazzo di poco più di trent’anni, viene dal Sud dell’Italia e i suoi occhi sono uno di un colore diverso dall’altro, come quelli di David Bowie. Ed è il protagonista di questa nuova “altra storia”.

Lo abbiamo incontrato vicino al suo mare, da dove è voluto partire e dove continua a tornare. Abbiamo chiacchierato a lungo seduti proprio su quegli scogli che lo hanno visto crescere. È stato bello, con il vento che ci scompigliava i capelli e Annalisa che faceva le foto.

Robert ora è sereno, è felice e soddisfatto perché ha fatto quello che sognava da tempo ma non aveva mai avuto il coraggio di fare: scrivere un libro.

La vita è quanto di più intenso si possa raccontare. Noi di Un’altra storia ne siamo convinte. E lui la sua l’ha raccontata senza filtri, con una sincerità disarmante ed emozionante in un libro che si legge tutto d’un fiato: Dublin Calling, la sua prima opera letteraria. Robert non è uno scrittore, o meglio, non lo era mai stato prima d’ora. Non ha una casa editrice che lo sostiene e lo promuove. Robert ha fatto tutto da solo. Ha scritto le centottanta pagine del suo libro la sera, a Dublino, quando tornava dal lavoro stanco morto, dopo aver risposto per otto ore al telefono del customer service di una grande azienda americana. E durante le vacanze di Natale, passate da solo in una città che non era la sua. Non è stato facile, ma era necessario per un animo sensibile come il suo. Uno che scrive canzoni e poesie non può sentirsi soddisfatto soltanto con un lavoro che sì, ti fa guadagnare anche bene, ma che è ripetitivo e monotono e spegne la creatività. I soldi, alla fine, non sono tutto nella vita.

Se mancava qualcosa alla sua, Robert ha voluto colmare questo vuoto scrivendo, ispirato dalla musica che ama, quella del Boss, che lo accompagna da una vita, da Jack Kerouak e dalla beat generation e dalle esperienze intense, divertenti, romantiche e drammatiche che hanno segnato la sua esistenza in questi ultimi sette anni.

Ora il libro è nato. Pubblicato con il self-publishing è in vendita su Amazon.

Il lavoro invece Robert non ce l’ha più. Ha mollato tutto ed è tornato a casa. Potrebbe sembrare un folle per questo ma cercare la propria felicità non è mai da pazzi. Ci vuole anzi una grande maturità e la capacità di riflettere su se stessi, capire cos’è che non va, fermarsi magari, piangere anche, stare male da cani ma poi avere sempre il coraggio di ricominciare e andare avanti. Anche prendendo delle decisioni drastiche. Proprio come ha fatto Robert.

Ora per lui incomincia una nuova fase, forse a Parigi o chissà dove. Un po’ di incertezza c’è ma non importa. La vita alla fine è come un libro e siamo noi a scriverne le pagine. Comunque sarà il futuro, il presente ha il sapore della soddisfazione di aver fatto una cosa importante, bella, coraggiosa e di aver creato qualcosa che rimarrà per sempre. Come quella bella sensazione di leggerezza e felicità che ora, per Robert, si chiama Dublin Calling e che tutti abbiamo la possibilità di provare nella nostra vita. Forse è momentanea, passeggera, durerà anche un attimo ma sicuramente vale la pena di essere vissuta. E poi alla fine, come dicono i Francesi, “C’est la vie”.

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ARE YOU READY FOR THE FREAKS? – Tobia Lamare, la musica, un posto bellissimo per vivere, il mare ed il surf.

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“When I was born my mother gave birth to a freak. I’ve never stopped dreaming and I’ll never stop looking at the rain that wash up the colours of the fields and make the waves so big. I’m not so crazy, babe, I’m just a man who takes care of his home with the door always open to everyone who loves rock’n roll.”

Il viaggio di Un’altra storia inizia con Tobia, un ragazzo di trentotto anni che dice che la porta di casa sua è sempre aperta per chi ama il rock’n roll…

Are you ready for the freaks? è il titolo di una sua canzone e del suo ultimo disco. I suoi versi sembrano essere un concentrato della filosofia di questo blog. Che segue quelli felici e un po’ folli.

Tobia un po’ folle sicuramente lo è e per capire perché sia felice basta andare a casa sua: vive, con sua moglie Cecilia e sua figlia, in un posto fantastico, in campagna, con tanti alberi, i campi di grano, i fiori e i cani bellini. In una casa grande e piena di cose fighissime, come un quadro comprato in America, nella città di Robert Johnson, il padre del blues, una cucina con mattonelle colorate, una credenza decorata con la faccia di Lou Reed e Frank Zappa, delle grandi farfalle disegnate dalla sua piccola Lisa, appese ai muri come quadri e tanti, tanti, tanti dischi.

La casa di Tobia è fatta di musica, proprio come la sua vita. Un grande amore nato trent’anni fa sotto il segno dei Cure e cresciuto nel nome di quella grande fede che è il rock.

Tobia nella sua vita è stato molto bravo perché ha tirato fuori il lavoro dalla sua più grande passione ed ora è un musicista, dj, compositore di musiche per spettacoli teatrali, organizzatore di festoni indimenticabili e anche produttore discografico. Dagli anni Novanta ad oggi ha dato vita a due band, i gloriosi Psycho Sun, punta di diamante della scena alternativa salentina di qualche decennio fa e gli attuali Tobia Lamare and The Sellers, con cui ha già inciso il secondo album e con cui porta in giro la sua musica.

Prima, vivere di musica per uno bravo non era poi così difficile ma gli anni della crisi hanno però cambiato molte cose e tutto è diventato più complicato. I soldi, si sa, non girano e allora bisogna adattarsi, inventarsi qualcosa di nuovo e cercare di fare di ogni difficoltà un’opportunità. Tobia non solo non molla ma nel 2009 fonda la sua etichetta discografica, la Lobello Records. In questo nome ci sono le sue origini, la sua terra, il Salento, la sua casa (il posto fighissimo si chiama Masseria Lobello) e la sua grandissima apertura mentale, la sua voglia di sperimentare, di collaborare con musicisti di ogni parte del pianeta e di portare avanti un progetto di cooperazione tra artisti. E ci sta riuscendo a fare tutto questo.

In questo periodo aiutarsi a vicenda è proprio quello che serve, per sostenersi e non rimanere da soli. È dal confronto con gli altri che nascono le idee e così si comincia a fare, fare e a non fermarsi più. Come Tobia, che scrive, compone e suona le sue canzoni, produce quelle di altri, ha fatto e continua a far ballare generazioni di malati di musica, organizza mercatini del vintage e fa pure surf. Da solo però non potrebbe fare nulla. Senza gli amici di sempre, i collaboratori vecchi e nuovi e tutte quelle persone che lo seguono e condividono il suo modo di vedere le cose, Tobia non farebbe tutto quello che fa. È riuscito a creare una rete di progetti e di persone che, nonostante il periodaccio che stiamo vivendo e le difficoltà che comunque ci sono, vanno avanti e amano quello che fanno.

Tobia Lamare è un tipo contento e soddisfatto della vita che ha. Coltiva la sua lattuga e i suoi pomodorini messicani e ogni lunedì pubblica una canzone inedita sul suo blog 54songs. Viaggia, suona, incontra e ospita artisti e porta avanti tutto quello in cui crede con la giusta dose di serietà ed incoscienza. E con quella voglia di vivere che non si dovrebbe mai perdere, neanche quando tutto va storto e sembra che quella benedetta ruota non stia girando nel verso giusto. Quella voglia di vivere che si può ritrovare davvero in tante piccole cose. Basta saperle apprezzare.

Proprio come fa Tobia, che è felice di fare un concerto a Dublino ma anche nella piazza del paese dove è nato e cresciuto e che non è per niente pentito di aver deciso di vivere in un posto che è a sud di tutto, ma dove c’è quella grande cosa magica che è il mare e che un po’ di anni fa non l’ha fatto andare via per sempre.

Ed è in un posto così che, una mattina di settembre, si può salire su una tavola da surf, capire che la si amerà per sempre, e anche per questo essere felici.